"Chi racchiude in sé la fiamma dell'ingegno, deve essere puro nell'animo di chiunque altro. A un altro molto si può perdonare, a lui no. Uno uscito di casa in abito da festa, se appena s'imbratti di una sola pillacchera schizzata da una ruota, tosto la gente lo circonda, lo mostra a dito e commenta la sua sudiceria, mentre non s'accorge, quella stessa gente, delle tante macchie sugli abiti comuni degli altri passanti, poichè sugli abiti di tutti i giorni le macchie non si notano"
(il Ritratto - Gogol')
Un tale B. viveva in uno di quei paesi come tanti in italia, dove, senza almeno un motivo apparente c'è almeno una via dedicata a Marconi o a Roma.
Egli era un discreto musicista autodidatta: suonava tutto l'anno con diversi gruppi locali ed era riuscito, cosa rara per un abitante di un piccolo comune, nell'impresa di far parte di un gruppo di un'altra località. Bisogna premettere che B. abitava in un grosso villaggio dove tutti erano musicisti professionisti, dove ognuno era il più bravo e quotidianamente si registravno svariati cd o demo per il mercato nazionale. Solamente, per colpa di quei gran farabutti delle case discografiche, non venivano mai distribuiti altrove e finivano per riempire gli scaffali dell'unico negozio di Cd e Demo del paese.
In questo luogo era davvero difficile scegliere un buon maestro perchè lo erano tutti: all'apparenza cooperavano tra loro, ma appena potevano si scagliavano contro delle filippiche che avrebbero stroncato la carriera anche a Ennio Morricone.
C'era però una scuola alla quale tutti da bambini si erano iscritti per poi, in età più adulta, fuggire a gambe levate: si diceva che il maestro, un musicista professionista provenienti dagli studi classici, dovesse la sua bravura al fatto che si nutrisse del cuore dei suoi alunni migliori, perchè, in verità, non ne aveva uno!Chi lo aveva conosciuto ai tempi degli ardori giovanili, se lo ricordava freddo e distaccato, tendente alla superiorità e all'onnipotenza, insomma, un montatone di prima categoria!
Nonostante gli avvertimenti e i moniti di tutti gli altri maestri del paese, B. decise di sfidare le comuni dicerie locali e cominciò a frequentare quei corsi.
Venne così il giorno della prima lezione ma, causa il terrore dovuto a quelle dicerie, B. non ebbe il coraggio di guardare negli occhi il suo insegnante. Non vedeva l'ora che la lezione finisse per scappare e non tornare mai più. Il suo cuore non l'avrebbe mai adivorato e fper tale ragione, finse di non saper suonare ed ingannare, così, il docente; costui, però, continuava imperterrito nella sua lezione come se volesse scovare un pò di talento nell'allievo per potersene così nutrire (o almeno così B. credeva).
Finita la lezione, B. tirò un sospiro di sollievo, mise velocemente tutto a posto e uscì fuori da quell'inferno. Mentre s'inccaminava verso un bar, sentì un dolcissimo suono provenire da quell'edificio: sembravano che cento arpe stessero contemporaneamente suonando un'aria di Bach, che Paganini fosse tornato in vita e stesse sviolinando uno dei suoi capricci migliori. Come un canto di sirene, ammaliato non riuscì a resistere e rientrò nello stabile.
Con sua grande sorpresa vide che quelle note così soavi provenivano dalle mani del suo maestro ed erano il frutto di un'estemporanea improvvisazione.
B. capì che nemmeno la somma di tutti i cuori del mondo potevano raggiungere una tale perfezione e, preso più che dallo sconforto, da una immensa impotenza, gli venne l'istinto di distruggere in mille pezzi il suo amato strumento. Non poteva credere ai suoi occhi ma tutto ciò era vero: il suo maestro era davvero bravo perchè semplicemente era se stesso. B. decise allora di aspettarlo fuori, di prenderlo di sorpresa per poter così divorare lui stesso il cuore del suo docente. Ma. come era ovvio, tutto ciò non portò ad alcun risultato. Il suono era uguale a quello di prima, anzi, aveva preso quella leggera inclinazione che lo portava ad assomigliare al sound di Gigi D'Alessio.
Concludo col dire che, in un paese queste sono cose quotidiane: anche se in una notte desolata, anche se in giro non c'è nessuno e le case risplendono della bellezza del chiaro di luna, il paese vive e aracnicamente tesse la sua immensa ragnatela su tutto il suo territorio. Se si fa attenzione è facile sentirlo ridere, ma di cosa poi: non si può ridere dei morti o di quelli come B. che lo sono da tempo e che ignorano di saperlo.
Certo, si possono tagliare i fili che collegano un qualunque abitante al proprio paese di appartenenza e scappare via in una grossa metropoli: lì è più facile cammuffarsi, nascondersi, essere uno dei tanti.
Secondo me, non si risolve nulla, anzi, prima o poi anche lì l'invidia (perchè di essa abbiamo trattato in questo lunghissimo post) uscirà fuori e come un cancro contaminerà silenziosa anche quella comunità (o quella società, a seconda degli abitanti).
Io, da narratore onnisciente, posso solo dare un consiglio ma chissà se verrò mai ascoltato: il paese di B. è malvagio, datemi retta, sterminiamolo....
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