venerdì, 31 marzo 2006
Da piccolo, avevo l'abitudine di riporre tutte le mancette che a Natale,  o nei compleanni, i miei parenti mi elargivano ma non avevo il modo di spenderli perchè non uscivo mai di casa e pensavo solo a leggere o a studiare.
Il mio fratello maggiore, nel pieno della sua adolescenza,  era, come ogni buon teen-ager,  puntualmente a secco di denaro e cercava in ogni modo di convincermi a prestargli dei soldi. Ero un piccolo aguzzino, ogni tanto ritrovo dei contratti con gli interessi al quindici per cento mensile di "folli" cifre che sfioravano le ventimila lire.
Era un passatempo per me, un modo per colmare la grossa differenza d'età che c'era tra noi due, per potergli far dire: "vedi, Francesco serve a qualcosa!". Comunque il fratellone stava passando la fase della sua vita dove comprava ogni forma di Lp, cd e Mc ed aveva imparato da poco a strimpellare la chitarra e altri venti strumenti, vista un'eccellente predisposizione  agli studi musicali.
 Un giorno mi chiese il classico prestito di ventimila lire perchè doveva comperare un disco di un gruppo che riteneva fantastico. Avevo 8 anni ed avevo da poco abbandonato il  country degli Eagles per ascoltare una cassetta dei Deep Purple, trovata per caso tra le macchine abbandonate di fronte l'officina di mio padre.
Ero rapito dal modo di suonare di Blackmore, uno dei fantastici chitarristi che hanno militato nei Deep, e provavo a strimpellare senza successo quei motivi visto che avevo delle dita così piccole da non coprire nemmeno tutto lo spessore della tastiera.
Mio fratello ritornò da "L'arpa",  l'unico negozio di articoli musicale presente all'epoca nel mio paese,  con in mano il prodotto di un gruppo dal nome strampalato: "Led Zeppelin... ma che cazzo di musica ascolta sto cretino,  non era il nome di un dirigibile?", pensai  tra me e me sempre più convito dell'esito negativo dell'investimento.
Ascoltai senza attenzione il materiale (per la cronaca era Led Zeppelin I) e gli annunciai che, per tutta la vita, non gli avrei prestato più soldi.
Mio fratello per fortuna era un tipo tosto: sfidando i miei tassi d'interesse da usuraio, rubò sessanta mila lire dal mio cassetto, ovvero tutto il  misero capitale del sottoscritto e lo scoprii solo dopo che aveva comperato gli altri dischi dei Led Zeppelin (il secondo, il terzo e l'album senza nome).
Ero disperato, senza più soldi, sul punto di denunciare il misfatto all'organo di vigilanza domestica per eccellenza (il generale Mamma) quando lui mi chiese di sentire almeno una Song perchè  convinto che ne valesse la pena. Mi diede un album sul quale non era scritto nemmeno il titolo e mi fece ascoltare un brano che durava quasi 8 minuti.
Qualche giorno fa, ho letto un articolo dove il pubblico di una rivista per chitarristi ha votato come migliore assolo di sempre,  quello di Jimmy Page in Stairway to Heaven, il pezzo usato da mio fratello per convincermi e tra l'altro il più conosciuto del gruppo. Da allora i Led Zeppelin sono diventati il mio complesso preferito ed ho aggiunto a quei 4 cd, più di 80 titoli, tra bootleg, raccolte e rarità: gli unici Cd originali che possiedo, oltre a quelli di Daniele Sepe che rimane il mio musicista preferito.
Secondo me Jimmy Page ha scritto assoli più belli ed ha rivoluzionato il modo di suonare la chitarra (ho messo una canzone anche nel radio blog, se si riesce a sentire visto che è un pò lunga). E' suo il primo brano che, da solo, ho storpiato dopo 4 anni di tentativi stando ore ed ore su quella Clarissa che piegava le mani e  faceva sanguinare i polpastrelli (Babe, I'm gonna leave you, una ballads dolcissima).
"Si dice che ad ogni rinuncia corrisponda una contropartita considerevole", ha detto una delle tante mine vaganti della musica italiana e, tra l'altro, una discreta chitarrista.
Le mie dita da allora non sono cresciute: sempre piccole e tozze, con il tempo si sono adattate al manico della chitarra ed oggi mi ritrovo con una mano storta ed una no. In compenso, però, ora so suonare tutti i pezzi dei Led Zeppelin....
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mercoledì, 29 marzo 2006
Torno on-line dopo quasi una settimana in cui ho dovuto affrontare una delle prove più distruttive della mia vita: fare un esame con excel (la più diabolica invenzione creata dall'uomo) e le altre torture di Office, stando dieci ore al giorno davanti al monitor del pc.
 Una volta formato un gruppo di quattro persone, dovevamo intraprendere una ricerca sociale sul rapporto tra giovani e religione nel mio paese di residenza, Alatri. Come era il mio gruppo? C'era chi non sapeva usare il computer, chi lavorava, chi mi ha offerto del denaro per svolgere, segretamente, il suo compito nella tesina, chi mi offriva cene e cartucce per la stampante... insomma praticamente mi sono sobbarcato dei compiti di tutti rifiutando  i doni-premio degli amici. Ho corrotto, poi, la buona indole del professore caricando la tesina di grafici e tabelle tantochè il docente ha letto 4 pagine della tesina ed ha messo 30 e lode a tutti noi.
Questo risultato non solleva il mio morale di ragazzo che ha quasi trentanni e ancora non lo vuol capire. Mi sono solo convinto che è del tutto inutile studiare per, in futuro, lavorare: in questi giorni in cui uscivo solo a mezzanotte per tornare alle cinque di mattina ho capito di aver buttato 8 anni anni della mia vita per avere come prospettiva il niente.  Trovare un lavoro?  Bisogna conoscere prima qualcuno importante, altrimenti si inizia la vita del precario part-time a 400 euro al mese. Sono arrivato a tale conclusione perchè un corso di studi non garantisce una preparazione decente che permetta di lavorare subito dopo aver conseguito una laurea, oggi tutti si possono laureare perchè non è difficile come un tempo.
Difendo sempre la nobiltà dei miei intenti perchè sostengo che uno studio intelligente di libri nutre e cura l'anima, aiuta a creare un senso critico e un cuore di emozioni in una società dove alla fine ciò che conta è solo il denaro; però ormai saranno sei mesi che vado girando con 5 euro in tasca (al cambio attuale del paese sono 4 birre alla spina nel bar del buon vecchio Zio Sandro) e mi sono un pò rotto le scatole del mio status da reietto.
So che è inutile pensare al passato, ma una settimana fa dovevo fare il "democristiano" e dovevo accettare i doni dei miei amici. Eh si, se non mi comprometto  un poco, la mia  sarà un'opposizione alla vita. Maledetto Karl Marx, è tutta colpa tua se sto così...
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giovedì, 23 marzo 2006
Invece di studiare, girovagavo tra siti usando  come chiave di ricerca "ciociaria" finchè non trovo questo
E' un filmato molto violento, parla di come si uccide il maiale in ciociaria (è possibile scaricare un trailer che non violento) e mi sento di buttare due parole a favoro di Gigi D'Ales... ehm, del porco.
Animale conosciuto esclusivamente per la bontà delle sue carni, il maiale è invece un animale intelligentissimo che purtroppo non può dare sfogo al suo acume visto che viene lasciato all'ingrasso per un anno.
Mi ricordo di un conoscente che, acquistato un porcellino per un futuro scopo alimentare, dopo il classico anno iniziatico aveva rinunciato ad abbatterlo visto che  ogni volta che  si avvicinava a 'sto suino, Chicco (così si chiamava) faceva le feste come un cane.
Rivedendo bene il filmato, noto che è davvero crudo e mette troppo in cattiva luce le persone che crescono domesticamente un Verro (porco in dialetto ciociaro); secondo me, sono gli allevamente intensivi a non avere umanità. Un animale in campagna cresce, esce all'aperto e soprattutto VIVE. Negli allevamenti invece, oltre al sovraffolamento che di per se è barbarico, si priva la bestia del suo status originario e lo si considera solo come 4 prosciutti, infinite serte di salsicce, un pò di coppa, per non parlare del digiuno spurgativo ... insomma l'animale oltre a non vivere, viene considerato solo dal punto di vista commerciale.
Lo scrivo qui sul blog, perchè me lo voglio promettere: quando un giorno abiterò da solo, oltre a dieci  cani, mi comprerò un somaro ed un maiale e li farò crescere, li porterò a spasso e soprattutto li tratterò come essere viventi.
Lo ammetto: questo è un post contro Gigi D'Alessio perchè non si possono tollerare cose come quella della foto, una scritta su di un muro del mio paese. Perche il concetto di fondo è uno: se Gigi d'alessio può scrivere canzoni, anche il maiale merita di vivere più di un anno, quindi di conseguenza se il maiale campa un anno anche Gigi dovrebbe...

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lunedì, 20 marzo 2006
Fumare una canna d'erba mentre viene raccontata la fiaba dell'orso ed il giardiniere di Le Fontaine. Secondo me , questa scena è l'essenza di  "Travaux - Lavori in casa", commedia francese vista in uno dei rari cinema d'essay della mia zona, l'unico dove si può assistere alla proiezione  senza profumare di Dolce Gabbana e con la barba lunga di un mese. Con l'affascinante Carole Bouquet nel ruolo di un avvocato progressista, il film tratta ironicamente il delicato argomento delle periferie parigine, le "banlieues" con i suoi immigrati storici che vengono emarginati dalla vita sociale e politica della nazione.
E' un film che vale la pena di vedere, non tanto perchè invita a fumare l'erba, ma perchè dimostra che, per guardare senza disperarsi la condizione dei migranti nel mondo, occorre consumarne molto.
Comunque, mi è piaciuta tanto ricordare la favoletta di la Fontaine che ovviamente posto:

L'Orso e il Giardiniere

Un Orsacchiotto assai mal pettinato, selvatico cresceva in fondo a un bosco, solo, nascosto, sempre torvo e fosco, in collera col fato.
Novel Bellerofonte, l'umor nero s'univa a una tremenda ipocondria, perché solo la buona compagnia tien ilare il pensiero.
Un bel parlar non vale un bel tacere, sta scritto, ma bisogna discrezione, ed in quel bosco un uomo, un can barbone non si facea vedere.
Per quant'Orso, e per quanto Orso testardo, passava giorni orribilmente bui. Non lontan s'annoiava in un con lui un vecchierel gagliardo, che amava un suo giardin, i fiori, il sole, prete di Flora e prete di Pomona, ma non vedea passare una persona da far quattro parole.
Le piante e i fior non parlano al di fuori di questo libro che per voi trascrivo. Desiderando un dì vedere un vivo lasciò le piante e i fiori.
E sul mattin, battendo la campagna, andava in cerca d'una comitiva, quando incontrò quell'Orso che veniva torvo dalla montagna.
L'Orso teneva in mezzo del cammino: che far? come scappar? e da qual parte? Il vecchierel si ricordò dell'arte che piace ad Arlecchino,
e fingendo un coraggio di leone: - Buon passeggio, - gli dice. - Schiavo tuo, - l'Orso risponde in tono tutto suo, - vedo che stai benone.
- Sì, grazie a Dio, signor commendatore, se vuol accomodarsi in casa mia, ho latte, cacio, noci, ed offriria di più con tutto il cuore...
Capisco, non è roba forse adatta a lor signori, tuttavia se vuole... - L'Orso accetta, si siede e in due parole è l'amicizia fatta.
Sono i sciocchi che ciarlano, ma l'Orso è saggio prudentissimo. Non teme il vecchierello di mangiar insieme, di far qualche discorso,
senza togliere il tempo alle faccende. L'Orso in compenso, forte cacciatore, uccide lepri, e docil servitore caccia dal volto, prende
sopra il vecchio che dorme quell'alato parassita, che noi mosca diciamo, tenendo nelle zampe un grosso ramo, fedel come un soldato.
Un dì che il vecchio in l'ora consueta dormiva, ecco una mosca più stizzosa che sul naso più volte gli si posa, e l'Orso s'inquïeta.
Poi perde la pazienza, ed un mattone afferrato, s'appressa, il pugno chiuso, dov'è la mosca, e plaf proprio sul muso la schiaccia del padrone.
Così l'Orso mostrò che un cacciatore non è sempre il miglior ragionatore, e che peggiore d'un leal nemico è un ignorante amico.
 
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giovedì, 16 marzo 2006
Ho accompagnato di recente mia madre dal corniciaio... e vedevo la sua fede immensa in ogni cosa: mentre si allacciava la cintura, si faceva il segno della croce; non mi fermo ad uno stop e ringrazia il Signore che la mia manovra avventata sia andata a buon fine; le dico che per colpa sua andrò sicuramente all'inferno visto che le mie "biasteme" sono dovute alle continue lagne e mi risponde che lei prega sempre per me e per questo mi salverò dalla dannazione... comunque, arrivo a destinazione quasi crocifisso,  ritiriamo le cornici (commissionate ovviamente in stile cristiano-classico) e ci fermiamo ad un genere-alimentari per acquistare la... mortadella (per un rito sacrificale, boh?). Mentre litighiamo guardando i manifesti elettorali, la faccio scendere e la mia attenzione viene attirata da un emporio multi-funzione che starà lì da almeno 80 anni, dove spesso di nascosto compravo le sigarette. Dopo due anni d'astinenza mi viene una voglia matta di fumare, entro, sento l'odore del detersivo scala mischiato al puzza piccante  di salame e la mia attenzione viene attirata, invece che dalle bionde, dalla cesta del pane.  Vendevano ciò che in italiano viene chiamata Pizza-Pane ma che nel gergo fanciullesco di noi piccoli ciociarotti era la pizza bianca o la pizza roscia (con il pomodoro)
Derivato dagli avanzi della lavorazione del pane,  ogni volta che avanzava un pò di pasta dalle pagnotte di pane, le nostre nonne stendevano col mattarello l'impasto di acqua, farina e lievito (a volte anche le patate), lo allungavano all'inverosimile per soddisfare più "clienti"possibile e, una volta cotto, veniva donato ai piccini che razzolavano di continuo nell'aia, più per quietare la loro vivacità, che per sfamarli.
La pizza è alta almeno un paio di centimetri, è morbida dentro ma è coperta all'esterno da una crosta dorata, imbevuta all'inverosimile di olio e sale: una volta che l'olio viene assorbito all'interno, la pizza diviene durissima e potrebbe essere usata tranquillamente come oggetto contundente.
Quando sono nato, la mia nonna non faceva più il pane ma mia madre mi acquietava puntualmente con una bella striscia di pizza comprata in quel negozio; come un coniglio, inserivo gli incisivi fino alle gengive nella crosta dorata e sukavo l'olio (scusate il Kappa ma non penso esista un termine più adatto) alla pari di un vampiro. Molti di noi hanno avuto seri problemi odontoiatrici: a 11 anni, i più fortunati,  avevano già il tartaro, i più golosi erano vittima della sindrome del leprotto con conseguente malformazione degli incisivi.
I vecchi ricordi aumentano la mia fame: non resisto alla tentazione, e, invece di ricominciare a fumare, ritorno da mamma con una teglia di pizza-pane  con le patate, la mia preferita.
Cosa volevo dire con questo post? Ho letto in un libro di Osho che ho da poco cominciato a leggere un detto hasidico che riassume il senso della mia giornata (oltre a dare un senso alle mie continue bisbocce notturne): "Polvere alla Polvere. Nel frattempo un drink è d'aiuto"
Torneremo un giorno polvere, nel frattempo un drink, un pò di pizza pane, la fede di mia madre ci distolgono da quel giorno.
Ahhh, è fantastico dare un senso così profondo alle ca**ate, almeno così è sempre una buona giornata....
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lunedì, 13 marzo 2006


Che dire: dall'etere ai mass media, dal virtuale al reale, ormai sono una blogstar ernica.
Ringrazio la redazione di Ciociaria Oggi per tutti i complimenti fatti, ma il mio è un povero blog proletario con un template bruttissimo e disordinato quasi quanto il padrone, con problemi di connessione sia a livello telematico che psico-cinetico. M'avete messo la foto con il passamontagna, avete nominato anche altri amici: Malvina, Mamma Chioccia, quel losco figuro di Luciferino; mi hanno addirittura definito un cultore di musiche sconosciute... in questo articolo mancava solo la mia richiesta di inserire, come nuovo insetto, lo zapone rosso.
Ma chi è 'sto giornalista che ha scritto questo articolo? E' stato proprio bravo, scorre tutto così bene.
Giuro su tutti gli elfi del mondo di non conoscerlo. Sembrava Emilio Fede... nonono, si chiama Carlo Capone: la redazione di unmondocoibaffi mi dice che è figlio a un compaesano detto Arnaldo, il mio nome di persona preferito.
Ora è tutto più chiaro, sono sicuro che sentiremo parlare in futuro di lui: grazie Arnaldo, grazie ancora!


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venerdì, 10 marzo 2006
Scrivo da una postazione provvisoria, ho problemi da sempre con l'adsl ma ora sono troppi, visto quello che il mio povero fratello paga. Penso che per un pò avrò difficoltà a stare on-line, ma speriamo che nel weekend torni tutto a posto.
Auguro a tutti un buon fine settimana...
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domenica, 05 marzo 2006
Ieri pomeriggio, mi ero da poco messo in viaggio per Roma e sentivo l'urgente bisogno di un caffè. Non l'avevo preso a casa per scappare dalle continue lagne di mia madre e stavo sognando  ad occhi aperti l'immagine di una tazzina  fumante.
Con la bava alla bocca, mi fermo ad uno di quegli squallidi bar di periferia, quelli che profumano di disinfettante economico e di vino mal digerito, con il barista di settantanni sporco, scortese e nevrotico.
Mi guarda strano, risponde male alla mia richiesta ma non importa, io volevo solo un caffè rapido per non sentire la noia ed il sonno di un viaggio a roma.
Il bar era pieno di soggetti strani, clienti abituali di un sabato pomeriggio dove solitamente non si lavora, ma  è uso comune bere litri di grappa da due soldi o amari stracciabudella (o ambedue, dipende dalla frustrazione accumulata o dal tipo di lavoro pesante che si fa).
Sono cresciuto dentro ai bar, non mi ha mai spaventato lo squallore della ciociaria extraurbana anzi è capitato più di qualche volta di trovarmi nella loro condizione (ma queste sono altre storie, ci sono parenti e cugini che leggono il mio blog, meglio lasciar perdere per mantenere una reputazione decente).
Dopo dieci minuti che aspettavo, finalmente mi viene servita la tanto agognata tazzina, cerco di prendere la bustina con lo zucchero di canna ma all'improvviso entra un uomo mai visto prima, dalla pelle abbronzata dal sole di cantiere e dalle braccia immense, che s'inserisce tra me e il mio tanto desiderato caffè, urlando: "O' Sìì, damm' 'n jenc-maschi" (traduz. letterale "Oh, Silvio! mi dai un giovenco maschio" ovvero un jaegermeister in dialetto stretto alatrese).
Con un gesto agile riesco a ritirare il caffè, ma mi sento osservato, sento il suo respiro alcolico riscaldarmi il collo e dal suo tipo di corporatura capisco di non avere nessuna chance in caso di un'eventuale rissa. Provo ad ignorarlo ma invano, i suoi occhi pesavano su di me come macigni. Ordina una grappa e finalmente rompe il ghiaccio: sento la sua mano callosa stritolare la mia clavicola destra e con la sua voce roca e nasale, da trenta MS al giorno, mi urla in un orecchio: "Ma io t' conosco, non si Francesco C.?".
"Oddio sono morto", penso guardando il suo sopracciglio unito che disegnava sui suoi occhi, una V aggressiva di pericolo
"Si, sono io" rispondo un pò goffo mentre il suo corpo di ferro invade il mio spazio vitale
"Ma accom', nun m' riconosci? Io so Francesco M., stavamo alla scola media insieme"
Incredibile, il mio vecchio compagno di banco, colui che ci proteggeva dai ragazzi più grandi perchè già a 11 anni aveva la forza di uno di 20 ed era alto un
metro ed ottanta.
"Tu andavi bene alla scola" ovviamente si ricordava di tutti i compiti che gli passavo "eri i' prim' della classe, quante lauree c'hai?" seee, bei tempi...
" A mi dei libri nun m'è mai impurtato niente, adesso faccio il carpentiere, anzi, il capo-carpentiere". Terribile la
gerarchia che c'è in cantiere, per passare da aiuto-manovale a muratore-capo ci si può impiegare una vita.
Gli ricordo che avevo spesso chiesto di lui, nonostante siano passati la bellezza di 14 anni dall'ultima volta che ci eravamo visti. I suoi occhi erano contentissimi, anch'io lo ero, visto che avevo avuto salva la vita ed avevo ritrovato un amico
Mi paga il caffè e mi dice: "Dovunque vai, ad Alatri, Frosinone, Guarcino... se stai in pericolo tu fai il nome mio, ti proteggo io perchè tu sei un grande amico mio"
Abbraccio per l'ultima volta i suoi muscoli amici, lo saluto e me ne vado contento per la mia strada, molto sollevato ma soprattutto più protetto e sicuro.
Altro che carabinieri che non arrivano mai, la prossima volta che devo salvare qualcuno chiamo lui, è sicuramente più efficace...
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giovedì, 02 marzo 2006


Che acidità stamattina! Mi sentivo come una bottiglia di Guinness. Ho deciso di ritrovare la lucidità con un pò di meditazione yoga
Mentre salutavo il sole e gli chiedevo come stava, ho messo un audiolibro di Osho, rigorosamente scaricato dalla rete.
Mi diceva di diventare l'essere di Tilopa
Mi chiedeva di togliere la mente di mezzo perchè è lei a distorcere la realtà
Mi suggeriva di non pensare né questo è bene, né questo è male ma di affrontare semplicemente la realtà
Nel mio vocabolario non deve esistere il no, perchè il No dà inizio a una lotta, mette in gioco l'ego


Se mancasse anche una sola goccia d'acqua
l'intera esistenza avrebbe sete
quando cogli un fiore
cogli qualcosa dell'intera esistenza
e se fai male a un fiore
fai male a milioni di stelle
PERCHE' TUTTO E' CONNESSO

Dicono che gli uomini che fanno yoga prima o poi diventano tutti gay ghei.
Leggenda metropolitana? Luogo comune?
Mah, prima è meglio preoccuparsi di essere uomini ed io sono certo di avere al massimo 9 anni.....

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