Dopo un saluto al sole ed un mezzo cobra in precario equilibrio ho capito che la cosa migliore per estraniarsi dalle disgrazie sociali, televisive e politiche che continuamente ci propinano (vedere l'elezioni in palestina, porta a porta e gli scandali pre-elettorali), non è lo yoga bensì una sana passeggiata montana col mio ziaccio preferito, che mi ha tolto dal tappetino fuxia e dalle respirazioni diaframmatiche e mi ha immerso nel magico mondo degli appennini.
Tra le urla di mia madre che insisteva nel farmi portare una pera al posto del pranzo che stavo per saltare (dopo, al ritorno mi son magnato pane & frigorifero, chissà perchè bisogna preoccuparsi sulle mie abitudini alimentari) in dieci minuti ci siamo ritrovati sul sentiero preferito di zio G., il quale dlo accudisce e pulisce dai rami e dai rifiuti come fosse il suo.
Era incredibile come facesse caldo, pensavamo di trovare degli strati di ghiaccio invece il terreno era pieno di pozzanghere o di neve che tenera si frantumava sotto il peso degli scarponi. Il muschio verde sui faggi spiccava per il suo colore vivo rispetto al tappeto di foglie morte e fradicie sulle radici: nelle vicinanze c'è un antico acquedotto (c'è una data sul bottino dove si trovano le vasche di decantazione che ne segna la costruzione a più di un secolo e mezzo fa).
E' bellissimo, non ci sono altri attributi che possano definire quei luoghi: sentire l'acqua sorgiva che rumoreggia sotto i propri piedi è una sensazione fantastica, vedere che un mese fa da quel buco non usciva un bel nulla e ieri c'era uno scroscio d'acqua fa riflettere sul nostro controllo dei processi naturali. Con zio G. riflettiamo su come la strada scavata nella montagna parecchi anni addietro, è stata lentamente ricoperta dal terriccio e dai sassi di una lenta frana che inesorabile si è reimpossessata di ciò che un tempo era della montagna. Una traccia di fuoristrada sulla neve sciolta ci dimostra che il progresso difficilmente si ferma dinanzi agli ostacoli, comunque delle piccole traccie di zampe sovrapposte (forse di un cane, forse di una volpe... chissà, magari un lupo!) ci fan vedere che la natura non si lascia sconfiggere facilmente. Zio G. mi fa osservare la tipologia delle piante di questo piccolo ecosistema: ci troviamo in un punto di passaggio dove quercie e faggi si mischiano ad agrifogli e pruneti selvatici. Ci troviamo intorno ai mille metri sul livello del mare e zio G. m'insegna che un pò più su la quercia non ce la fa a reggere il confronto con il faggio, troppo robusto e resistente alla basse temperature. Grande zio G.!
Tra le urla di mia madre che insisteva nel farmi portare una pera al posto del pranzo che stavo per saltare (dopo, al ritorno mi son magnato pane & frigorifero, chissà perchè bisogna preoccuparsi sulle mie abitudini alimentari) in dieci minuti ci siamo ritrovati sul sentiero preferito di zio G., il quale dlo accudisce e pulisce dai rami e dai rifiuti come fosse il suo.
Era incredibile come facesse caldo, pensavamo di trovare degli strati di ghiaccio invece il terreno era pieno di pozzanghere o di neve che tenera si frantumava sotto il peso degli scarponi. Il muschio verde sui faggi spiccava per il suo colore vivo rispetto al tappeto di foglie morte e fradicie sulle radici: nelle vicinanze c'è un antico acquedotto (c'è una data sul bottino dove si trovano le vasche di decantazione che ne segna la costruzione a più di un secolo e mezzo fa).
E' bellissimo, non ci sono altri attributi che possano definire quei luoghi: sentire l'acqua sorgiva che rumoreggia sotto i propri piedi è una sensazione fantastica, vedere che un mese fa da quel buco non usciva un bel nulla e ieri c'era uno scroscio d'acqua fa riflettere sul nostro controllo dei processi naturali. Con zio G. riflettiamo su come la strada scavata nella montagna parecchi anni addietro, è stata lentamente ricoperta dal terriccio e dai sassi di una lenta frana che inesorabile si è reimpossessata di ciò che un tempo era della montagna. Una traccia di fuoristrada sulla neve sciolta ci dimostra che il progresso difficilmente si ferma dinanzi agli ostacoli, comunque delle piccole traccie di zampe sovrapposte (forse di un cane, forse di una volpe... chissà, magari un lupo!) ci fan vedere che la natura non si lascia sconfiggere facilmente. Zio G. mi fa osservare la tipologia delle piante di questo piccolo ecosistema: ci troviamo in un punto di passaggio dove quercie e faggi si mischiano ad agrifogli e pruneti selvatici. Ci troviamo intorno ai mille metri sul livello del mare e zio G. m'insegna che un pò più su la quercia non ce la fa a reggere il confronto con il faggio, troppo robusto e resistente alla basse temperature. Grande zio G.!
Dei vitellozzi e una decine di mucche salutano il nostro ritorno all'automobile: spaventati dai nostri cappelli colorati o dalla nostra materialistica visione di possibili bistecche, non sfuggono all'obiettivo della mia reflex. Mi dispiace un sacco tornare a casa, ritornare alla vita da precario che mi si prospetta, tra esami universitari ed un lavoro che non c'è e chissà se ci sarà... chissà, comunque questi sono altri discorsi, lascio alla rete un ricordino di questo pomeriggio magnifico... brutto eh? sembro un eco-terrorista, no? meglio il bosco e il muschio, queste maledette digitali stanno rovinando la mia immagine....










della vista, decide di abbandonare il proprio posto di lavoro per fare un viaggio in Africa. Le scenette venivano interrotte dagli interventi della presentatrice che, oltre che bella, aveva indossato una faccia da buona (speriamo passi a mediaset così le faranno condurre Bim Bum Bam) ed, insieme al pubblico ed ai super-esperti di turno, instaurava un finto dibattito per commentare e dare dei consigli alla futura non vedente.



Anno nuovo.... vita vecchia, almeno per me!